IL GIORNALE ONLINE DEGLI STUDENTI DEI LICEI ECONOMICO-SOCIALI PUGLIESI

È di certo una serie surreale come dimostrano le maschere di Salvador Dalì indossate dai protagonisti. I contenuti fanno riferimento ad una dimensione globale, in quanto i nomi dei rapinatori corrispondono a quelli di varie capitali (Tokyo, Berlino, Denver, Mosca, Nairobi, Rio, Elsinky e Oslo). Chi ha cercato di cogliere il significato della serie si è trovato di fronte a una stratificazione di segni, a partire dal messaggio sovversivo lanciato dagli otto rapinatori al resto del mondo nel momento in cui occupano la zecca di stato spagnola per stamparvi dei soldi.
Un secondo strato potrebbe essere quello utopistico; si tratta, infatti, della realizzazione di una sorta di “rapina perfetta”, in quanto teoricamente gli otto non commettono alcun tipo di reato poiché i soldi non vengono rubati, ma stampati. Tra la critica c’è chi ritiene che vi sia un riferimento alla protesta degli indignados per la crisi economica spagnola e chi pensa ad una critica radicale nei confronti del sistema bancario mondiale; costoro citano Brecht: “Cos’è rapinare una banca a paragone di fondare una banca?”.
Grande importanza hanno le figure femminili. La rappresentazione della quarta ondata di femminismo è affidata alle protagoniste della serie, Tokyo e Nairobi. Non prevede quote rosa, né una battaglia per la parità di retribuzione (la spartizione del bottino è equa già dal principio), bensì si concentra sugli affetti. Personaggi femminili di spicco compaiono anche tra gli ostaggi. In linea di massima, ci sono la ragazza diffamata via internet, la madre a cui è stato sottratto il figlio e che farà di tutto pur di rivederlo, la donna che distrugge – letteralmente – ogni suo rapporto a causa di un’instabilità emotiva, ma che alla fine riuscirà a costruire qualcosa di stabile, una donna che trova la forza di porre fine a una relazione violenta. Tra tutte, la figura più controcorrente è forse Monica Gaztambide, uno degli ostaggi, che rinuncia all’aborto.
Una delle mosse più convincenti del regista è stata quella di accompagnare i movimenti più significativi con la canzone partigiana “Bella ciao”. Nonostante appaia fuori contesto, essa è diventata l’inno della serie, lanciando al pubblico un messaggio che può essere interpretato come “salvarsi è possibile, ma bisogna resistere”.
Un altro argomento affrontato nella serie è quello della paternità. La centralità del rapporto con il padre è ribadita più volte: due dei rapinatori, Mosca e Denver, sono padre e figlio, Tokyo sente il desiderio di avere una figura paterna, Nairobi è stata una madre sola, non ha avuto un uomo per condividere la crescita del figlio, Rio che è stato adottato. In una delle ultime puntate viene persino recitato il Padre Nostro, seppur in maniera confusa. Ma non si tratta solo di singoli richiami, tutta la storia, infatti, è il sogno di un padre ereditato da un figlio, il Professore. Quest’ultimo è il vero protagonista della serie. Egli da piccolo ascoltava le storie di suo padre come fossero episodi di un romanzo. Una volta cresciuto, si rende conto di quanto fossero reali. Egli eredita la malata speranza di realizzare quel sogno incompiuto. Senza eredità non c’è paternità, ma neanche un’eredità avvelenata fa davvero paternità. La mente va alla regola che ha guidato l’umanità fuori dalle faide ancestrali e che insegna a non far ricadere sui figli le colpe dei genitori. È una regola che dovrebbe valere anche per i sogni, qualcosa di estremamente personale. Non esiste nulla che sia più alienante di vivere il sogno di qualcun altro, anche se si tratta del migliore dei padri.
Marinella Milia 5 AU Liceo Bianchi Dottula - Bari

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