IL GIORNALE ONLINE DEGLI STUDENTI DEI LICEI ECONOMICO-SOCIALI PUGLIESI

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La sua carriera è iniziata nella bottega del maestro Verrocchio, come quella di molti altri suoi colleghi. Come mai un ragazzo del piccolo paese di Anchiano da Vinci ha deciso di andare a Firenze e diventare un artista?

In realtà, non è stata una mia decisione quella di trasferirmi a Firenze. Anzi, non avevo intenzione di circondarmi di persone più colte di me che mi avrebbero trattato come uno sprovveduto, preferivo di gran lunga restare in campagna e scoprire la Natura che ci circonda. Però mio padre Piero, poco dopo avermi accolto nella sua casa, notò il mio talento artistico, che gli avrebbe potuto fruttare denaro. Mi ricordo che, quando ero ancora un ragazzino, mi portò una rotella datagli da un suo cliente il quale gli aveva chiesto di decorarla. Mi disse di occuparmene, lasciandomi carta bianca. Dopo alcuni giorni, mostrai a mio padre il mio lavoro: una mostruosa creatura, fatta da foglie di fico e animaletti morti. Il fetore era incredibile, ma mio padre comprese il valore di quella rotella e decise di non restituirla più al suo cliente, scegliendo invece di venderla per un prezzo molto più alto. In seguito, decise che dovevo sviluppare quel talento e, dato che non avrei potuto ereditare il suo studio notarile a causa della mia condizione di figlio illegittimo, mi presentò al suo caro amico Andrea del Verrocchio, e a diciassette anni diventai uno dei suoi apprendisti.

Come si è trovato una volta a Firenze, circondato di artisti del calibro di Sandro Botticelli e Domenico Ghirlandaio? Com’era il rapporto con questi artisti?

Come detto prima, io ero un ignorante. In quanto figlio illegittimo non solo non avrei potuto ereditare lo studio di mio padre, ma avevo anche ricevuto una scarsa istruzione da mio nonno Antonio e mio zio Francesco: non ero in grado di leggere in latino, e ciò mi precludeva molte letture interessanti. Poi, molti dei miei prestigiosi colleghi erano, per così dire, gelosi del mio talento e anche della mia bellezza: oltre che a collaborare con il Maestro Verrocchio come tutti gli altri, una volta feci anche da modello, per la realizzazione del suo famoso David.

A proposito di gelosia… è vero quanto si dice riguardo alla scelta di Verrocchio di abbandonare la pittura quando vide che lei, suo allievo, aveva superato il maestro?

A dire il vero, è una notizia molto diffusa ma… non è la verità. Il mio maestro era colpito da come riuscii a migliorare il suo “Battesimo di Cristo” ma non fu l’orgoglio a fargli abbandonare i pennelli. Era semplicemente stanco e desideroso di concentrarsi solo sulla scultura.

Gli anni a Firenze però non furono rose e fiori… tanto che alla fine preferì trasferirsi a Milano alla corte di Ludovico il Moro. Cosa la spinse ad abbandonare la signoria medicea?

Beh, non ci fu un unico motivo. Da quando nel 1476 fui accusato insieme ad altri tre ragazzi di aver sodomizzato il giovane Jacopo Santarelli… la mia vita cambiò. Nessuno mi guardava più come prima, ricevevo di continuo insulti e le malelingue mi tormentavano giorno e notte.

Era praticamente impossibile essere preso sul serio in un clima del genere. Inoltre, io sono uno spirito libero. Non andavo molto d’accordo con Lorenzo il Magnifico, perciò, nonostante molti dei miei colleghi e avversari erano partiti per Roma… alla prima occasione me ne andai a Milano.

Una cosa interessante è il modo in cui si è presentato a Ludovico Sforza. È vero che partecipò ad un concorso musicale con la lira che doveva regalare al reggente di Milano?

Sì! Quando arrivai a Milano, mi trovai in grande difficoltà. Non capivo molto bene il milanese, e non riuscivo a trovare incarichi. Però, durante il carnevale del 1482, ebbi modo di partecipare ad una gara di improvvisazione per musicisti tenutasi al castello sforzesco. La vinsi, attirando l’attenzione del Moro… al quale promisi tanti lavori, tra cui un enorme cavallo alto dodici metri, che purtroppo non riuscii mai a finire.

A Milano è riuscito davvero a fare di tutto. Qual è l’esperienza che più le è piaciuta degli anni milanesi?

Non saprei, in fondo, alla corte degli Sforza ho avuto modo di realizzare spettacoli magnificenti, di continuare i miei studi sulla natura e sull’animo umano e di dipingere l’opera che mi ha reso celebre: l'Ultima cena. Se però devo essere sincero… ciò che più ho apprezzato dello stare a Milano è stato conoscere Salaì, il giovane Gian Giacomo Caprotti. I suoi genitori me lo proposero come allievo quando aveva soltanto dieci anni. Era ladro, bugiardo, fastidioso e ghiotto, ma ai suoi dolci occhi non ho mai potuto rifiutare niente. Mi ricordo quando una volta, lasciando da parte la mia sacca contenente alcuni denari per pagare il sarto, Salaì mi rubò tutti i suddetti denari…

Alla fine ha lasciato anche Milano, girando per i vari ducati e signorie italiane. Ha trascorso però tre anni a Roma, insieme a tanti altri artisti… Come mai però non ha contribuito ai lavori nella cappella Sistina?

Diciamo che a Roma ebbi un ruolo molto singolare. Ad invitarmi nella Città Eterna fu Giuliano de’ Medici, duca di Nemours, uno dei figli del mio primo mecenate, che mi accolse nella corte di suo fratello, Papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici. Io ero in… ritardo, insomma, rispetto a tanti artisti come Michelangelo e il talentuoso Raffaello, che si stavano occupando di rinnovare il Vaticano. Io ormai ero un anziano, non potevo fare granchè a loro parere, perciò aprii una mia bottega e mi concentrai sullo studio dell'essere umano. Mi avevano affidato due assistenti di origini tedesche, tali Giorgio e Giovanni, che non avevano affatto voglia di lavorare e che intralciarono il mio, di lavoro. Difatti, con quei due tra i piedi non potevo studiare i cadaveri dissezionati, come era mio solito per comprendere l’anatomia.

Come stava dicendo, con lei a Roma c’era un artista con il quale aveva già avuto modo di confrontarsi: Michelangelo Buonarroti. Com’erano i rapporti tra voi?

Michelangelo non era esattamente una persona socievole. Io e lui ci eravamo conosciuti a Firenze, nel 1504, quando a me fu commissionata la “Battaglia di Anghiari” e a lui la “Battaglia di Cascina”. Non vi dico l’espressione soddisfatta che aveva in viso quando la vernice del mio dipinto si sciolse a causa della tecnica errata che avevo usato… E ancora non capisco perchè se la prese tanto con me quando suggerii alla commissione di artisti di inserire quel “David” che aveva appena finito di scolpire sotto la Loggia dei Lanzi, dove sarebbe stata al sicuro dalle intemperie… non era assolutamente mia intenzione suggerire un posto in cui quasi nessuno avrebbe notato quel blocco di marmo. Un episodio eclatante in grado di descrivere al meglio il caratteraccio di Buonarroti è questo qui: un giorno, passeggiando nei pressi di Santa Trinita, dei ragazzi mi interrogarono riguardo alcuni passi della Divina Commedia. Diciamo che io fui colto alla sprovvista, ma vidi passare di lì Michelangelo, che sapevo fosse in possesso di una bellissima edizione della Commedia dantesca. Perciò, proposi ai ragazzi di chiedere a lui, senza alcuna intenzione di metterlo in difficoltà, ma egli reagì molto male, insultandomi e richiamando alla mia memoria la disastrosa impresa del cavallo che mai riuscii a ultimare per gli Sforza. Fu un vero e proprio colpo basso, per me. Vi sconsiglio di intervistare anche lui.

Ora che però è in Francia alla corte di Francesco I può condurre una vita più tranquilla. Che si aspetta dal futuro?

Ebbene, io per me aspetto ben poco, dato che so che la mia lunga vita sta giungendo al termine. Ho pochi rancori, e ho la fortuna di avere al mio fianco il fedele Francesco Melzi, che non mi abbandonerà mai. Non come il bel Salaì… l’ho invitato tante volte qui ad Amboise, ma anche lui è uno spirito libero, e so che seguirà solo l’istinto. Vorrei consigliare qualcosa a tutti i giovani, che hanno ancora tutta la vita davanti a loro: godetevela. Godetevi ogni attimo, e fate sempre ciò che più desiderate. Non fermatevi davanti alle avversità. E ricordatevi anche che non importa compiere grandi imprese per essere grandi uomini: la semplicità è la più grande sofisticatezza.

Grazie mille, Leonardo. Un’ultima domanda prima di andare: chi è in realtà la Gioconda?

A questo, mi spiace, non posso rispondere. Il fascino di quel ritratto è racchiuso nel mistero che lo avvolge. Se vi rivelassi chi è, perderebbe la sua essenza, no?


Martina Chantal Lattanzio V AU Liceo Bianchi Dottula - Bari

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