IL GIORNALE ONLINE DEGLI STUDENTI DEI LICEI ECONOMICO-SOCIALI PUGLIESI

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La globalizzazione ha portato ad un incremento dei rapporti di scambio reciproco tra gli individui. Con l’avvento di Internet e dei social media, l’uomo ha ottenuto la capacità di relazionarsi in qualsiasi momento con ogni parte dei mondo, e di ottenere qualcosa da esso.
Tuttavia, in questi complessi rapporti di inter-scambio, l'uomo moderno rischia di perdere se stesso e parte del senso che l'ha portato ad iniziare in primo luogo la relazione con l'altro.
In un mondo così globalizzato dove, secondo il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, gli affetti si vanno “liquefacendo” e la parte “online” della nostra vita sembra ormai aver prevaricato quella “offline”, cosa resta dell'uomo? Nella società dei consumi, in cui “l'idea di un cliente felice [...]  è una catastrofe per il mercato”, come fa notare Bauman stesso nel suo saggio “Meglio essere felici”, cosa resta dei genuini rapporti umani? Del piacere di camminare per strada senza la necessità di dover dimostrare qualcosa o il timore di non essere abbastanza?

Il binomio libertà-felicità ci viene presentato da Marcuse come necessario per l'uomo. Eppure è lo stesso pensatore a riconoscere come, nella società post-moderna, in cui non è più possibile appoggiarsi alle “grandi narrazioni”. Per dirla con Marcuse, l'uomo tende ad omologarsi, ad assumere “una dimensione” pur di inseguire una “felicità collettiva”. L’umanità moderna è schiava di questa felicità apparente, impossibilitata nelle sue scelte alla libertà singola e vincolata ai desideri della massa tramite i principali mezzi di comunicazione, che mettono le vite umane su un eterno palcoscenico, pretendendo una perfezione non sempre raggiungibile, ma che spesso porta insoddisfazione verso se stessi e una chiusura sempre maggiore nei confronti degli altri.
Il concetto di felicità, così inteso, si mostra lontano dalle possibilità umane. L'uomo si fa egoista, tende a creare una reciprocità con l'altro basata sulla convenienza.
Qual è, allora, il destino di questa società? Come può l'uomo essere felice se rischia costantemente di perdere se stesso?
La reciprocità del dono rischia di quantificarsi anziché qualificarsi, ed i rapporti di inter-scambio tra gli esseri umani stanno virando sempre più verso la concezione hobbesiana di “homo homini lupus” che porta ad una società sempre più egoista ed improntata alla solitudine dell'individuo.
Un tentativo di “recupero dell'umanità” ci viene offerto da Hans Jonas, che propone un mondo basato sull'etica kantiana, in cui le relazioni tra gli individui sono necessarie e fondamentali per il benessere collettivo. In quest’etica globale, e non globalizzata, i singoli pensano al futuro della società come “insieme di unicità” e non al futuro di essi come individui separati dagli altri.
Anche Bauman, nel suo saggio “Meglio essere felici” ci  propone un ideale di rapporto onesto e sincero con gli altri, ammettendo come “la condizione fondamentale dell'essere umano e il rapporto con l'altro essere umano” passi anche attraverso gli sguardi.
Secondo questa concezione, l'uomo può essere felice solo se si relaziona concretamente con l'altro, in modo reale e non attraverso uno schermo, come ormai avviene ai giorni nostri.
La reciprocità, necessaria la felicità umana, deve basarsi sull'empatia, intesa non come semplice condivisione del dolore, che porta, come sosteneva Schopenhauer, ad un aumento di quest'ultimo, bensì come spinta intrinseca dell'uomo a fare il bene, a condividere ciò che possiede in modo disinteressato.
Tuttavia, in un mondo che è passato dal moderno (ordine e certezze come concetti precostituiti) al postmoderno (squilibrio ed incertezza) non solo in seguito totalitarismi del Novecento, ma anche e soprattutto all'avvento della globalizzazione, vi è la necessità di nuove teorie che lo spieghino. I filosofi hanno dovuto, per necessità, elaborare nuove riflessioni, che si allontanavano dalle grandi imprese e dalle “teorie unificate ed unificanti” per rivolgere le loro attenzioni ad un ”pensiero debole”, come sosteneva Vattimo, che non s’impone di spiegare ogni cosa con un'unica idea, ma ammettere la limitatezza del pensiero umano e la sua impossibilità a compiere “grandi imprese”.In questo passaggio, che appare come una degenerazione della società globalizzata, si perdono gli affetti e l'uomo diviene infelice nella sua solitudine, in contatto con il mondo eppur destinato a rimanere, nei diffusi ma dispersi contatti con gli altri, sempre solo.
Dietro gli schermi nascono false amicizie e falsi amori, costruiti sulla necessità d’intraprendere relazioni umane e sull'incapacità di costruire un contatto reale e “vivo” con gli altri. Negli affetti che si vanno liquefacendo, i “nuovi eroi” sono coloro che dimostrano di avere la capacità di costruire un mondo nuovo e di adattarsi adesso, come sosteneva Bauman.
La società dei consumi ha dato il via ad un processo, divenuto poi irreversibile con la “globalizzazione degli affetti”, che sta portando il mondo post-moderno verso una società sola e infelice, proprio a causa dell'importanza sempre maggiore che va assumendo un like sui social rispetto ad un abbraccio nella realtà.
Clara Taccarelli, VBu Liceo Bianchi Dottula – Bari

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