IL GIORNALE ONLINE DEGLI STUDENTI DEI LICEI ECONOMICO-SOCIALI PUGLIESI

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Con il termine imperialismo si indica una politica di conquista mirata alla presa di nuovi territori per allargare i propri confini e la propria sfera d’influenza. Un fenomeno politico, questo, strettamente legato alla civiltà romana che, nata nell’VIII secolo a.C come semplice comunità di pastori e contadini, estese rapidamente il proprio dominio territoriale su tutta la penisola italica, passando da semplici guerre difensive a   quelle di assoggettamento. Un cambiamento esponenziale che la porterà, dopo innumerevoli e storiche battaglie, a divenire nota come caput mundi.
Ad ogni modo, nel periodo arcaico il ricorso alle armi era possibile solo nel rispetto della concezione sacrale del potere e della dimensione religiosa dei rapporti umani; essenziale era dunque la consultazione di un collegio di appositi sacerdoti, gli fetiales, che interpellavano il volere degli dei e assicuravano così a Roma, tramite complesse cerimonie, la loro protezione. E’ proprio in questo periodo che nasce l’idea del bellum iustum, cioè di una guerra giusta, legittimata dal divino e rispettosa del diritto feziale.
Nel corso del tempo questa volontà di giustificare l’impero andò via va perdendosi, rimanendo come una sorta di cornice ideologica e mostrando una faccia molto più concreta.
La prima teorizzazione della legittimità di una politica aggressiva di Roma la si deve allo storico greco Polibio che espresse la sua ammirazione per l’apparato politico dell’Urbe basato su una costituzione mista, nella quale venivano conciliati i vari tipi di potere: quello monarchico (rappresentato dai consoli), quello aristocratico (incarnato dal Senato) e quello democratico (riscontrabile nei comizi). Ad un governo tanto perfetto a cui gli altri popoli erano quindi chiamati ad assoggettarsi spontaneamente.
Altrettanto favorevole fu la posizione del filosofo Panezio che riprese la teoria del determinismo ambientale di Aristotele secondo cui le condizioni naturali inciderebbero sullo sviluppo di un popolo e sulla sua indole dando origine a civiltà dominatrici e sottommesse. Roma, ovviamente rientrante nella prima categoria, viene esaltata da tale autore che palesa addirittura l’idea di come fosse giusto che popoli inferiori si facessero guidare da uno così più evoluto.
Il mito della missione civilizzatrice trovò un terreno molto fertile su cui attecchire nel corso del tempo e ispirò la spedizione in Gallia mossa da Cesare nel 58 a.C e ampiamente narrata nei suoi commentari: in essi il concetti di bellum ed imperium iustum si fondono con una causa, apparentemente, concreta, la sconfinamento perpetuato a danno degli Elvezi, alleati di Roma, e con l’idea di clementia che, a detta dello stesso autore, sarebbe stata più volta dimostrata nei confronti di nemici bellicosi e, soprattutto, sconfitti.
Vi sono poi storici che, pur non essendo contro l’imperialismo, ne vedevano gli elementi di criticità, come ad esempio Sallustio (il praenomen è una questione su cui si discute) che riteneva come i bottini di guerra e il contatto con altre culture avessero gradualmente corrotto il costume romano allontanandolo dagli antichi e saggi valori, aprendo così la strada alle sanguinose guerre civili.
Anche Tacito, il più grande storico latino, si espresse a riguardo e, richiamandosi alla teoria ciclica di Polibio, affermò come le istituzioni siano destinate inevitabilmente a sgretolarsi nel tempo portando in rovina anche il più fulgido degli stati. Una concezione biologica, quella di questo autore, cui neanche Roma può sottrarsi a causa di problematiche interne, legate alla corrotta politica, ed esterne, connesse al pericolo delle tribù germaniche.
Ivan Centola VAu Liceo Bianchi Dottula - Bari

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