IL GIORNALE ONLINE DEGLI STUDENTI DEI LICEI ECONOMICO-SOCIALI PUGLIESI

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Nonostante un’apparente serenità, la Roma del II secolo d.C, fu un’età alquanto incerta, caratterizzata da un malessere tanto radicato quanto vago al tempo stesso. Si trattò di una crisi generale che riguardò in particolar modo la tradizione: valori e modelli secolari apparivano ormai desueti, lontani dalla realtà, incapaci di fornire degne risposte ad un popolo così mutato dal tempo e dagli eventi. Cosa particolarmente evidente, questa, in ambito religioso, ove al solenne pantheon latino, sempre più simile ad un vuoto simulacro, trovarono larga diffusione nuove credenze dall’oriente, i culti misterici, che ventilavano inauditi ideali, di uguaglianza, di fratellanza e di un sereno avvenire dopo la morte, rincuorando così i loro seguaci dalle ansie quotidiane. lmpossibile non citare a riguardo il Cristianesimo, destinato a segnare il destino della Caputmundi, e il culto di Iside e Osiride, di origine egizia, che trovò all’epoca ampissima diffusione.
Personaggio poliedrico e affascinante, vero figlio del proprio tempo, narcisista incallito e dotto scienziato, Lucio Apuleio fu forse colui che seppe affrescare meglio di tutti tale vivace realtà, in un’opera, un romanzo per la precisione, chiamata “Le Metamorfosi”. In essa, in maniera non dissimile da Petronio, egli intreccia alla narrazione principale, incentrata sulle vicende dello scapestrato Lucio, una serie di racconti e digressioni che meglio gli permettono di far soffermare il lettore su alcuni temi andando oltre il semplice scopo intrattenitivo. Fra esse, in particolare, la vicenda di Amore e Psiche rappresenta senza dubbio la novella più nota ed importante dell’opera, cosa suggerita, questa, anche dalla sua stessa posizione centrale rispetto alle altre.
La storia, appartenente ad una tradizione orale più antica, ma consacrata in tale versione, vede Psiche, una ragazza figlia di un re e una regina, arrecarsi le ire della dea della beltà per antonomasia, Venere gelosa della straordinaria bellezza della giovane. Destinata da ella ad una fine certa,   viene invece salvata da un misterioso sconosciuto che, condotta nella sua celestiale dimora, le si congiunge ogni notte senza lasciarsi mai vedere. Turbata dalle parole delle sorelle che, invidiose della sua felicità, le instillano il dubbio che possa trattarsi di un mostro, la fanciulla contravviene, una notte, al divieto di osservarne le fattezze scoprendo così che il padrone del palazzo altri non è che il dio   Amore, splendido figlio della Cypreae stessa. Tradita da una sventurata goccia di cera, Psiche dovrà riconquistare il suo amato, nel frattempo scomparso, superando ardue prove che la “benevola” suocera non mancherà d’affidarle. Quando tutto sembra perduto, ecco che interviene Giove e i due amanti, finalmente ricongiunti, possono celebrare le loro nozze e vivere così per sempre felici e contenti.  
Dietro l’apparente semplicità di questa trama, la novella cela una serie di allegorie e riferimenti culturali non percepibili ad una prima e superficiale lettura; per questo motivo esistono suo riguardo varie ipotesi interpretative, ognuna con un proprio differente approccio e punto di vista. Fra esse si annovera quella mistagogica dello studioso tedesco Johann Winckelmann il quale propose di interpretare il racconto alla luce del culto di Iside e Osiride: egli sottolineò come l’intera narrazione fosse piena di riferimenti a tale idolatria a cominciare dall’iter che Psiche (dal greco psyché, anima) intraprende per recuperare il suo Eros, costellato da prove durissime e mortificanti, paragonabile a quello iniziatico che l’adeptus deve compiere per poter unirsi alla divinità, cosa che sarà possibile solo dopo che, attraverso siddette sfide, avrà dimostrato la propria devozione. Sarà allora che egli, purificato il proprio essere, potrà giungere alla piena contemplazione. Altre similarità sarebbero, secondo tale studioso, la presenza dell’ oracolo che predice l’avvenire della ragazza, il tema della segretezza e dei profani   (qui personificati dallo stesso Amore, restio a lasciarsi vedere e dalle spregevoli sorelle della protagonista) o, ancora, dalla presenza delle “nozze sante” che avvengono, non a caso, solo alla fine del racconto, proprio come nel culto.  
Altra possibile interpretazione sarebbe quella proposta dalla latinista Laura Niccolini che pone la vicenda su un piano filologico e autobiografico: l’intera novella altro non sarebbe che un’allegoria costruita dall’autore per descrivere il proprio percorso di crescita personale. La chiave di tutto risiederebbe nella curiositas che la Niccolini analizza alla luce della divisione che Plutarco, filosofo di poco precedente alle Metamorfosi, aveva fatto nel saggio Perì polipragmosynes (De curiositae). Egli distinse la prava curiositas, dedicata agli oggetti volgari, e dunque da evitare, dalla nimia, volta allo studio dei fenomeni naturali. Rifacendosi a tale concezione, Apuleio, immedesimandosi in Psiche, illustrerebbe dunque il percorso atto dalla sua curiosità che, abbandonate le cose più superficiali e terrene, volge gradualmente la sua attenzione allo studio del divino, dell’esoterico e della fenomenologia.
Da un certo punto di vista, però, ella potrebbe non essere una semplice maschera, ma una personalità viva e pulsante, precorritrice dei tempi. Se ci si sofferma sulle caratteristiche del personaggio infatti, si scorge come, al di là delle aspettative, ella sia più dinamica del previsto: contravviene agli ordini, rifiuta, nonostante la comodità della sua nuova vita, di chiudersi in una torre d’avorio lasciandosi contemplare solo per la sua bellezza, è impulsiva, decisa, eppure quieta e tranquilla al tempo stesso. In aggiunta, ella rappresenta modello di donna differente rispetto alla sottomessa matrona romana, molto più simile, al contrario, alle donne del periodo tardo imperiale che, va ricordato, in un’epoca che condannava ancora l’adulterio soprattutto a discapito femminile, secondo le rigide Leges Iuliae di Augusto che imponevano la temuta relegatio ad insulam, esse, per risposta, non solo chiesero l’abolizione, ma si iscrissero in massa all’ordine delle prostitute libere, le etere, per godere così di una sessualità non imputabile.
Sono queste sue caratteristiche che hanno fatto propendere la professoressa Eva Cantarella a definire Psiche come una sorta di protofemminista, un’eroina ante litteram, specchio di una nuova condizione della donna nel costume romano che, seppur ancora lontana dalla parità, si palesava ora più libera.
Infine, altra possibile interpretazione sarebbe quella psicoanalitica di Bruno Battelheim che, analizza l'episodio per individuare i significati più reconditi celati nella forma letteraria delle fiabe. La tradizione occidentale delle favole sullo sposo-animale, la cui protagonista è costretta a sposarsi con un individuo dalle sembianze animalesche, ha inizio con la storia di Cupido e Psiche, anche se Apuleio si rifà a fonti più antiche. In questo genere di favole, il cui esempio oggi più noto è La Bella e la Bestia (pubblicata nel 1740), frequentemente l'animale è di sesso maschile, di aspetto disgustoso e feroce, e può essere liberato dall'incantesimo solo dall'amore di una donna. L'interpretazione psicoanalitica identifica nel racconto la rappresentazione del cambiamento, da parte della giovane donna, del suo modo di vedere la sessualità maschile. L’uomo è spesso visto come un pericolo, un attentatore all’originaria verginità della donna e dunque un pericolo; cosa questa che sembrerebbe comprovata anche dalla rapida decisione della ragazza, incentivata dalle sorelle, ad uccidere lo sposo.
In aggiunta, anche la stessa situazione agiata e spensierata, esaminata in quest’ottica, rappresenterebbe l’immaturità sessuale e psichica della protagonista che, così come la controparte maschile, giungerà a maturazione solo dopo un lungo percorso.
Interpretazioni molto diverse tra loro dunque, ma non per questo discordi e che, al contrario, hanno il pregio di fornire varie chiavi di lettura.

Ivan Centola V Au Liceo Bianchi Dottula - Bari

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